Il Cuore di ogni documentario: inizia sempre dal perché

a person standing on a beach

Esiste un errore che molti filmmaker — anche esperti — commettono prima ancora di accendere la telecamera: dimenticarsi di chiedersi perché stanno girando quel documentario. Non “cosa vogliamo mostrare”, ma perché questa storia deve essere raccontata. La differenza sembra sottile, ma cambia tutto.

Questo articolo nasce esattamente da qui: dalla convinzione che un documentario senza un perché solido sia come un viaggio senza meta. Magari il paesaggio è bellissimo, ma non sai dove stai andando e, alla fine, non ricordi niente.

Una domanda. Una risposta. tutto il resto è rumore.

Ogni documentario degno di questo nome parte da una domanda. Non una domanda accademica, ma una che brucia — qualcosa che lo spettatore sente propria già dal primo minuto. E lungo tutto il film, si cerca una risposta.

Questo è il contratto narrativo con chi guarda: seguimi, ti porto da qualche parte.

Prendi un argomento come il costo della Cassa Malati in Svizzera. Potresti fare un documentario che spiega il sistema sanitario nazionale, le leggi, le percentuali, i premi medi. Utile, certo. Ma anche terribilmente freddo. Chat GTP lo fa meglio e in meno tempo.

Oppure puoi scegliere una persona — Marco, 37 anni, lavoratore autonomo, che ogni mese deve scegliere tra pagare il premio della cassa malati o fare la spesa — e raccontare come quella cifra sta cambiando la sua vita. Quella è una domanda vera: cosa succede a una persona quando il sistema sanitario diventa un lusso? E quella domanda ha il potere di tenere incollato lo spettatore fino ai titoli di coda.

Il Perché è il motore, non la decorazione

Il “perché” del protagonista non è un dettaglio narrativo: è il motore che muove tutta la storia. È lui che crea tensione negli alti, che rende sopportabili i bassi, che fa sì che il pubblico si preoccupi davvero per quello che succede.

Chiediti sempre: cosa vuole il protagonista? Non in astratto — vuole “la giustizia”, “la felicità” — ma nel concreto. Vuole pagare meno? Vuole che qualcuno lo ascolti? Vuole dimostrare che il sistema è rotto? Questo desiderio specifico è la bussola della storia.

E se il tuo documentario riguarda un prodotto o un servizio? Stesso principio. Il perché diventa: come questo risolve un problema reale? Se riesci a mostrare che quel problema ce l’ha anche lo spettatore — o qualcuno che conosce — hai già vinto. Non stai vendendo, stai offrendo una risposta a qualcosa che già fa male.

Conosci la destinazione prima di descrivere il viaggio

C’è una frase che usiamo spesso qui a StoryLab: devi sapere dove stai andando per poter descrivere bene la strada. Se non hai chiaro il punto di arrivo del tuo documentario, farai fatica a costruire una narrativa coerente. Le scene si accumulano, ma non si collegano. Le interviste si moltiplicano, ma non costruiscono niente.

Sapere la destinazione non significa svelare subito la risposta — anzi, è tutto il contrario. Significa rivelare la risposta lentamente, a pezzi, lasciando che lo spettatore la costruisca insieme a te. Ogni scena dovrebbe aggiungere un tassello. Ogni testimonianza dovrebbe aprire una nuova domanda o chiudere parzialmente la precedente. È questa progressione a tenere alta la tensione e a creare empatia crescente con il protagonista.

Se la risposta arriva troppo presto, il viaggio perde senso. Se non arriva mai, lo spettatore si sente tradito.

Onestà prima di tutto: il prezzo della fiducia

C’è un ultimo elemento che fa la differenza tra un buon documentario e uno davvero potente: la genuinità. E genuinità significa avere il coraggio di lasciare fuori le proprie supposizioni.

Hai una tesi? Bene, tienila come guida interna — ma non imporla. Lascia che la storia si sviluppi, anche se ti sorprende. Includi voci diverse, opinioni che magari contraddicono la direzione che pensavi di prendere. Quel bilanciamento non indebolisce il documentario: lo rende credibile.

Il pubblico lo sente quando qualcuno è onesto. E quando lo sente, abbassa le difese. Si fida. Entra in connessione con la storia e con chi l’ha raccontata. Quello è il risultato più prezioso che un documentario possa raggiungere — non i like, non i premi — ma la sensazione dello spettatore che, alla fine, pensa: questa storia mi ha cambiato qualcosa.

E tutto inizia da una sola parola: perché.